Il Liri

Perché la scelta del nome Liri per la RIVISTA ?

Possiamo dire che i motivi sono molteplici.
Prima di tutto, perché il nome del nostro fiume unisce tutti i paesi della Valle Roveto e quindi appartiene a tutti.
p019_0_01_01Con i suoi 158 km (dei quali circa 40 in Valle Roveto), il fiume, essendo uno più lunghi d’Italia, bagna ben tre Regioni (Abruzzo, Lazio, Campania) e, quindi, è anche un fiume interregionale.
Poi, perché il Liri è stato cantato e citato numerosissime volte da poeti, scrittori, storici e viaggiatori di ogni genere ed in ogni epoca. Di questo però parleremo più avanti. Prima, infatti, accenniamo all’origine del suo nome e di ciò che il nostro fiume, nelle varie epoche, ha rappresentato per le popolazioni rovetane.

Per andare alle origini, è presumibile che i primi insediamenti delle popolazioni rovetane, come avveniva anche per altre civiltà, si siano registrate proprio sulle rive del fiume, affianco al quale, in epoca romana, si snodava la via Traianea – un ramo della più nota “Via Romana”- che percorreva tutta la Vallata.
Con la caduta dell’Impero Romano e le conseguenti “Invasioni barbariche”, le popolazioni rovetane, come in altre zone d’Italia, abbandonarono l’alveo del fiume per arroccarsi, per scopi difensivi, sulle colline circostanti. Ciò avvenne principalmente sul lato destro del fiume, per via della presenza di numerose sorgenti d’acqua che, più tardi, si riveleranno di gran pregio, al punto che, in epoca moderna, si sono affermate tra le acque più conosciute ed apprezzate, sia sul territorio nazionale che internazionale.
A seguito del terremoto del 13 gennaio 1915, le popolazioni rovetane tornarono a valle, stabilendosi di nuovo sulle rive del fiume Liri, dove vivono e prosperano tuttora.

Ma, come già accennato, prima di elencare tutti i visitatori che videro, ritrassero, cantarono, descrissero il nostro corso d’acqua principale, ci occupiamo, brevemente, della possibile origine del suo nome.
Secondo le ricerche dello storico ciociaro Ferdinando Corradini, “parlare del fiume Liri nella nostra storia è facile e nello stesso tempo difficile: facile perché di tutte le nostre vicende il fiume è stato protagonista, difficile perché tale ruolo lo ha svolto con discrezione, quasi in punta di piedi. La misura dell’importanza del ruolo svolto dal fiume ci viene fornita, in primo luogo, dal suo stesso nome.

Ad avviso dello storico Timo Sironen, professore dell’Universita di Oulu, (Finlandia), il significato etimologico dell’idronimo Liri è riconducibile ad una “forma originale indoeuropea” che sta per “tratto”, “impronta”, “ruga”, “solco”. Come lo studioso finlandese ebbe a dire, in occasione di una delle sue partecipazioni agli scavi di Fregellae, nei paraggi dell’attuale Ceprano, tale significato etimologico è da porre in relazione alla caratteristica principale del Liri, che è quella di essere dotato di una portata di acqua superiore a quella degli altri corsi d’acqua della regione dallo stesso attraversata. Conseguentemente, in un’epoca, quale quella preistorica, in cui non esistevano strade e, quel che più conta, ponti, il nostro fiume veniva a costituire una sorta di “barriera”, difficilmente superabile, che marcava in modo netto il territorio. Il medesimo Sironen, per far meglio capire tale significato etimologico, richiamò alla mente il termine “delirare” che, alla lettera, significa “uscire fuori dai limiti” e, in senso traslato, “impazzire”.Tale funzione di “delimitazione” svolta dal nostro fiume sul territorio trovò, per così dire, la sua consacrazione in occasione di un trattato concluso fra i Romani e i Sanniti, di cui parleremo più avanti.

Ma il fiume Liri fù chiamato, anticamente, anche Clanis mentre, successivamente, Dante Alighieri nella Divina Commedia, come vedremo più avanti, lo chiamerà Verde, derivato dal latino Viridis.

E adesso, in stretto ordine cronologico, ma ovviamente non esaustivo, riportiamo le varie citazioni, fatte sul nostro fiume, dai secoli passati ai tempi recenti.
Iniziamo dal celebre arpinate, Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), che nel De Legibus parla ad Attico della sua villa sulle rive del Liri, mentre il poeta romano, Quinto Orazio Flacco, (65 a.C.-8 a.C.), nelle “Odi” si interroga su cosa chiedere “all’amabile Apollo’ “Cosa, versando, supplice, sull’ara / il vino?’ Cosa, fra tutte le cose desiderabili.- “le messi della ricca terra dei sardi?’ ‘I grati armenti della Calabria riarsa”, o “avorio e oro dell’india?”, o piuttosto “le campagne che il silente Liri corrode con calme acque?’ Nulla di tutto ciò: “quanto a me, mi nutro d’olive, / di cicoria e di malve leggere. / Dei frutti miei, Apollo, concedimi / di usufruire, e sempre con lucida mente, ti prego, né la turpe / vecchiaia mi lasci la cetra muta”.

Anche Dionigi d’Alicarnasso (a.C.), storicoinsegnante di retorica e greco antico, vissuto p019_0_01_02durante il principato di Augusto, la cui opera principale è le Antichità romane, parlando dei Pelasgi, abili e liberi navigatori, che chiamarono Iliria (Illyria per i Romani) la loro patria da Liri (Lir = libero), che vuol dire “il paese del popolo libero” e aggiunge che “ nel Lazio, poi, esistono il monte Liri, il fiume Liri e la cittadina di Fontana Liri”.Racconta anche di “Un’ operazione di respiro ancor più ampio venne tentata da Claudio con lo scavo di un tunnel che doveva permettere alle acque del grande lago del Fùcino di gettarsi nel fiume Liri”.

Lo storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), ci parla di un trattato concluso fra i Romani e i Sanniti, nel IV secolo a. C., il primo popolo si stava estendendo verso Sud ed il secondo dal Sannio verso Nord; vennero così a fronteggiarsi nel territorio dell’attuale Lazio meridionale. Tito Livio ci narra che, nel 354 a. C., fra i due popoli fu concluso un accordo, che, come hanno intuito gli storici, prese a riferimento il nostro fiume per delimitare le rispettive sfere di influenza: sulla riva destra fu lasciata mano libera ai Romani, su quella sinistra ai Sanniti.

Strabone (58 a.C.-25 d.C.), geografo, storico e filosofo greco, vissuto a Roma, descrive la discesa impetuosa del fiume Liri (chiamato anticamente Clanis) verso Sora , diretto al Tirreno per Fregellae e Minturno (Geografia, V,3),

Nel 52 d.C., l’Imperatore Claudio (Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, 10 a.C. – d.C.), quarto imperatore romano, della dinastia giulio-claudia, il primo a nascere fuori dall’, portò a termine, oltre che il prolungamento della via Valeria dal Fucino fino ad Ostia Aterni – Pescara – (la Claudia Valeria), il suo Emissario fucense che regolerà gli incostanti livelli lacustri con un limitato prosciugamento del Fucino, operazione che permetterà la coltivazione regolare delle terre emerse. Un lavoro colossale per l’epoca voluto dall’imperatore romano, basato in parte, come abbiamo già detto, su un precedente progetto di Giulio Cesare (Svetonio, I, Iul., XLIV), allo scopo di rendere coltivabile l’area intorno al lago e di rendere maggiormente navigabile il Liri (Dione Cassio, LX 11, 5; 33, 3-6).

Quindi, Decimo Giunio Giovenale (55/60- d.C.), poeta e retore romano che ci dice “Appena fuori da quella confusione e da quel rumore di Roma, che pace lungo la Via Latina e nella Valle del Liri! Là si può comprare una casa, per quanto a Roma
si paga una soffitta. Là puoi avere un orto con un pozzo e un po’ di pecore. Là, padrone di una zolla di terra, ti senti uomo”.

Mentre Publio (o Gaio) Cornelio Tacito (55-), storico, oratore e senatore romano, negli Annali narra di “ un canale scavato nel sasso duro del mentovato monte Salviano , nasce sotto la Comune di Cappadocia, passa per Castellafiume, indi sotto lo sbocco dell’ emissario di Claudio, ricevendo a sinistra le sue acque, serpeggia per la valle di Rovéto, passa per Sor», e finalmente ingrandito da altri fiumi e torrenti, non lungi dall’ antica casa di Cicerone, si precipita per le due sorprendenti cascate dell’ Isola , e cambia il suo nome di Liri in quel di Casigliano”.

Inoltre, secondo Gaio Svetonio Tranquillo (70–126), scrittore romano d’età imperiale, vennero utilizzate 30.000 persone tra schiavi e operai, lungo undici anni di incessanti lavori: si lavorava anche di notte, su tre turni di 8 ore, in squadre, sparse lungo il tragitto del canale (da considerare anche i lavori collaterali, preparatori e connessi). Il risultato fu un canale di 5,6 km che attraversava in parte il Monte Salviano, per poi drenare nel fiume Liri.

Lo storico Appiano Alessandrino (95 d.C. – 165 d.C.), a proposito della II Guerra Sannitica, ci parla de “i Marsì, i Peligni, li Vestirti, i Marrucini ed inoltre i Picentini, i Ferentani, gl’Irpini, li Pompeiani, di Ruli Venusini , li Iapigi, i Lucani, i Sanniti, popoli in alIro tempo gravosissimi ai Romani, e quindi tutti gli altri di là dal fiume Liri” e ancora “Rutilio il console e Caio Mario costruivano ciascuno un ponte sul fiume Liri, né molto lontani l’uno dall’altro al fìn di passarli”

Segue Paolo Diacono (720-799), nella sua “Historia Longobardorum” nell’elevare il suo canto di lode a San Benedetto (480-547), attribuisce alla Provvidenza la venuta del Santo a Montecassino: “alle sponde amene del Liri gloriose guide ti scottano: dal cielo sei condotto alle sponde amene dei Liri”.

Quindi, S. Tommaso d’Aquino (1225-1274), nato appunto ad Aquino, città fondata dai Volsci, che sorge nella Valle del Liri. Divenne città romana, ma fu ferocemente saccheggiata da Totila e dai longobardi nel 577.Oggi, del periodo romano, conserva l’arco di trionfo, il teatro, l’anfiteatro, parti dell’acquedotto e delle mura.Durante il medioevo, fu contea franca, quindi dominio della famiglia dei conti d’Aquino, fino al XIII secolo, per poi essere soggetta a diverse signorie.Nel 1796, Aquino fu inclusa nel Regno borbonico delle due Sicilie.

Ed ecco”il sommo poeta”, Dante Alighieri (1265-1321) che, nella Divina Commedia, ben due volte ricorda il fiume Verde (il Liri): nel Purgatorio con Manfredi imperatore, parlando delle sue ossa insepolte, lamenta: ‘or le bagna la pioggia e move il vento / di fuor dal regno, quasi lungo il Verde, / dov’e’ le trasmutò a lume spento); e poi nel Paradiso (Vili, 63, colloquio con Carlo Martello d’Angiò).

Muzio Febonio (1597-1663), ci dice che “ad un miglio da Castellafiume, il Liri ed il corso della Valle puntano a sud, e il monte Girifalco quasi si apre a dare il passaggio, attraverso i Piani Palentini, per la Valle Roveto, all’inizio della quale stà Capistrellum… oltre quella presso lo sbocco dell’Emissario di Claudio, a circa cento passi dal Liri, al di sopra del quale, scavato nella roccia, s’apre la strada in direzione della Valle”.

Poi, inizia l’epoca dei grandi Viaggiatori europei, quelli del Grand Tour!
Il Grand Tour faceva parte integrante di un’educazione signorile e artistica dei ricchi giovani, principalmente aristocratici inglesi, francesi e tedeschi, a partire dal XVIII Secolo. Si trattava, in altre parole, di una specie di Master ante litteram.
Il viaggio aveva come meta la Francia, l’Olanda e la Germania. Ma la meta più ambita e ricercata era naturalmente l’Italia, in particolare Roma, Firenze, Bologna, Napoli e la Sicilia.

Nel 1789, il viaggiatore inglese Carlo Ulisse De Salis Marschlins (1763-1818) parla di una “disinteressata ospitalità dell’alloggio e del vitto, e rammento con delizia alcune squisitissime trote pescate nel Liri…”

Nel 1791, Sir Richard Colt O’Hare (1758-1838), compie il suo “Viaggio classico attraverso l’Italia” e, nel fermarsi a Balsorano, ospite nel castello della baronessa Piccolomini, ha modo di dare questa descrizione: “il fiume Liri scorre lungo la valle a circa mezzo miglio: le montagne sono alte e boscose ed alcune coperte di neve; le querce sono numerose e molto più grandi di quelle che comunemente crescono in Italia. Verso nord, la veduta lungo la valle è ricca ed estesa e il panorama oltremodo piacevole”. E, più oltre, nel discendere da Civita, dov’era stato ospite dei Ferrante, aggiunge “ci ritrovammo ancora una volta sulle rive del Liri. Lo attraversammo di fronte alla cittadina di Civitella, ci ristorammo noi e i nostri cavalli presso Don Vincenzo Villa, dove ricevemmo la stessa cordiale accoglienza, come nel precedente viaggio. Dopo pranzo, procedemmo attraverso la Valle che, restringendosi gradatamente sfocia sotto il paese di Pescocanale, lasciando solo lo spazio per il corso del fiume e la strada. Da qui fino a Capistrello lo scenario è selvaggio e pittoresco”.

Risale al 1799, il magnifico acquerello lasciatoci dal pittore svizzero Abraham Louis Rodolphe Ducros (1748-1810) – dal titolo “Il Liri nei pressi di Capistrello”, conservato presso il Museo Cantonale delle Belle Arti di Losanna – nel quale l’artista ritrae le spettacolari, acque molto agitate di un fiume Liri, in un probabile periodo autunnale, con una portata d’altri tempi e sotto un cielo carico di nubi.

Lo storico tedesco Gregorovius (1821-1891), nel suo famosissimo Viaggio in Abruzzo (1871) ricorda varie volte il nostro fiume e guardando la nostra Valle dice: “dall’alto dell’emissario di Claudio si vede assai bene tutta la superficie del lago ed i monti all’intorno. A mezzogiorno si elevano i monti di Sora; nel vederli mi ricordai delle mie gite sul Liri”).

Parlò del Liri anche il poeta viaggiatore e disegnatore inglese Edward Lear (1812-1888) “Sono andato in giro giù presso il fiume Liri, attraverso un bel bosco di querce; il mio pensiero si è soffermato nel ricordare le frequenti ospitalità, la calorosa cordialità di queste genti e quelle case in posizione impervia sulle montagne…”

È nei pressi di Cappadocia che il viaggiatore inglese Richard Keppel Craven (1779-1851) scopre le sorgenti del Liri e rimane sorpreso: “Non si può immaginare niente di più bello delle umili e sconosciute sorgenti del Liri; sgorgano numerose da un lato scosceso di un masso conico di roccia calcarea e si uniscono alla sua base in un bacino circolare, tagliato dalle mani della natura”.

Nel 1863, Alexandre Dumas figlio (1824-1895), parla della cascata dello Zompo dello Schioppo e del ruscelletto che “dopo aver serpeggiato per la pianura, va a gettarsi nel Liri sotto Morino”.

Al 1877, risale l’incisione del pittore Jules Gourdault (1838 -1917), che ci dà un’altra immagine spettacolare del Liri, nell’orrido tra Pescocanale e Capistrello.

Risalendo verso le Sorgenti del Liri, a Cappadocia, troviamo le Grotte di Beatrice Cenci, che devono il nome alla nobile giovane romana, fatta giustiziare, il giorno 11 settembre 1599, insieme alla sua famiglia, dal Papa Clemente VIII.
Scavate dalle acque del fiume, queste grotte sono ricche di stalattiti e concrezioni minerali, le quali risultano essere di grande interesse naturalistico.
All’interno, vi sono stati ritrovati numerosi manufatti dell’età della pietra. Le si affianca l’impressionante cavità dell’Ovido di Verrecchie, profonda un centinaio di metri.

Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873) pubblicò nel 1854, a Pisa, tra i suoi numerosi romanzi storici, la storia di Beatrice Cenci, “giovane e bella protagonista di una orrenda vicenda di odio, di sangue, di amore, di morte,”..
Beatrice, vissuta nella seconda metà del Cinquecento, figlia di Francesco, mostro disumano più volte incriminato per i suoi vizi e rilasciato solo grazie alla sua ricchezza, venne imprigionata dal padre. Durante la prigionia, si innamorò del giovane Olimpio Calvetti che, messo al corrente delle angherie del padre della giovinetta, insieme con i fratelli di lei, Giacomo e Bernardo, lo fece uccidere nel sonno dai sicari, per poi precipitarlo da un balcone, simulando una disgrazia.
Il parricidio trapelò a Roma e il papa Clemente VIII volle che i membri della famiglia fossero processati e messi alla tortura. La difesa tentò di insistere sul delitto di incesto, ma non riuscì a provarlo e Beatrice fu condannata a morte, con Giacomo e Lucrezia (Bernardo per la minore età fu mandato alle galere) e decapitata davanti a ponte S. Angelo.
Il suo aspetto di fanciulla, le aveva procurato la simpatia popolare e si disse che l’accanimento papale fosse motivato dal ricco patrimonio dei Cenci, che le venne totalmente confiscato.

Non poteva mancare “ il vate” abruzzese, Gabriele D’Annunzio (1863-1938) che, in una delle sue più belle tragedie (La fiaccola sotto il moggio, ambientata ad Anversa degli Abruzzi), fa dire al fanciullo Simonetto, ultimo dei nobili Sangro, malaticcio, e condannato ad una breve vita: “voglio andare / a Cappadocia, dalla zia Costanza. / Mettetemi sul mulo / che sa la strada. Ah come si respira / nei boschi di castagni! Voglio ancora / il mio schioppo e i miei cani / pezzati, bianchi e neri, bianchi e falbi; e quei belli occhi franchi / e quelle orecchie molli / come il velluto, e le sorgenti freddi / del Liri fra i macigni, dove scendono / e salgono le donne / con le conche sul capo; e quella stanza / bianca, dove si dorme / in pace tra l’armadio e il canterano / che stanno cheti senza scricchiolare e sanno di lavanda. Voglio tornare là”.
In merito, anche il compianto civitellese illustre, Mons. Gaetano Squilla (1902-1982) dedicò uno studio approfondito: ”Il Liri nella Storia”, 1959.

Ed ancora, lo scrittore abruzzese Mario Pomilio (1921-1990), ci dice che “…la Valle del Liri è dolce e segreta, e densa d’un verde che digrada a terrazza fino ai pioppi che segnano l’alveo del fiume..”

Infine, non poteva mancare il noto poeta marsicano, Romolo Liberale (nato nel 1922 a San Benedetto dei Marsi), grande conoscitore e amante della Valle Roveto, il quale, nella struggente Ode ai 33 Martiri di Capistrello, dedicata all’eccidio avvenuto il 4 giugno 1944, ad opera dei nazisti, cita anche il nostro fiume Liri…

Vennero i giorni della primavera
il Liri si coprì di allegria
cantò ai colori delle pratelline
andò a giocare sui seminati.
Nella valle fiorirono i ciliegi
e il grano si fece alto.

Ed è ancora Liberale a citare Il Liri, nell’incipit della stupenda poesia “Il Canto delle Stagioni”, dedicata proprio alla Valle Roveto…

Il Liri corre e canta Primavera
ed il suo canto è come una preghiera;
una rosa canina al primo sole
gioca giuliva con le prime viole.

Tante sono ancora le citazioni su questo fiume, che è tanto caro ai Rovetani, i quali lo hanno sempre amato e onorato con viscerale paganesimo e cristianesimo. Basta pensare a come le popolazioni, ormai da millenni, considerano le acque del Liri miracolose, al punto da assimilale a quelle del Giordano.

Ancora oggi, infatti- come ci racconta Raffaelino Tolli, il giorno di San Giovanni (24 giugno), a Civitella Roveto, si può vedere tantissima gente immergersi o lavarsi nel fiume, con la speranza di preservarsi o curarsi dalle più svariate malattie. Ma, ancora più anticamente, si effettuavano lavacri e riti propiziatori, ove le giovani spose sterili usavano sollevarsi le vesti, sedendosi o accovacciandosi sull’acqua, sperando così una proficua fecondità. Mentre, il rito del comparatico, definitivamente scomparso, interpretava quella cognizione spirituale che sanciva una profonda amicizia tra due o più persone.Di queste ed altre usanze si potrebbe parlare all’infinito, così come sul significato e sull’importanza del fiume Liri e delle sue acque.

Un fiume, quindi, cantato da tanti poeti, scrittori e artisti di vario genere, è certamente un soggetto interessante al quale la costituenda Associazione Culturale, si prefigge di dedicare una ricerca più approfondita e, possibilmente, dedicargli una degna pubblicazione.

Altro particolare interessante e non meno convincente, è stato che “Il Liri” fù il nome di un giornalino rovetano, fondato agli inizi del secolo scorso, diretto ed animato da Berardino Villa – un rovetano illustre – che ebbe un grande successo anche nella contigua Marsica.
Poi, il devastante terremoto del 13 gennaio 1915, mise fine, non solo alla vita di ben 32.610 persone ed alla Scuola dei Pittori danesi, che il Maestro Kristian Zahrtmann aveva fondato a Civita d’Antino, ma anche al mitico giornalino “Il Liri”.
Quasi un secolo è passato!!
Ma, come l’araba fenice risorta dalle ceneri, il Giornalino, finalmente, rivedrà la luce, con una veste tipografica tutta diversa, grazie anche alle nuove tecniche di stampa, ma soprattutto con la consapevolezza di avere un nome ed una storia illustre da difendere.

Mauro Rai